Il 27 luglio, nel 1835 nacque il Carducci

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Toscano di Valdicastello di Pietrasanta, naturalizzato Bolognese, fu il primo Nobel italiano.

Giosuè Carducci, era figlio di Michele, medico e di Lucia Galleni, il padre, filo-napoleonico, subì l'arresto e il confino per un anno. Riabilitatosi, terminò gli studi in medicina a Pisa e andò a vivere a Valdicastello. È qui che nacque il primogenito, Giosuè Carducci, la sera del 27 luglio 1835. I problemi finanziari del padre costrinsero i Carducci a lasciare Valdicastello, per trasferirsi a Seravezza, ove nacque il secondogenito Dante. Nel 1838 la famiglia si trasferì nell'evocativa Bolgheri, dove Michele ottenne un incarico nel feudo comitale dei della Gherardesca.

Il giovane Giosuè crebbe ribelle, amante della natura, focoso e rissaiolo. Invece di un gatto o un cane, Carducci aveva addomesticato una civetta, un falco e un lupo che teneva in casa. Quando il padre, forse per imporre la propria autorità, gli ammazzò il falco e dette via il lupo, Giosuè fuggì in un bosco ove vagò in lacrime. A Bolgheri il giovane fu anche colpito da febbri croniche, il padre medico lo curò con forti dosi di chinino che, a detta del poeta, gli provocarono visioni fantastiche, tali da rendere la sua fantasia sensibile e irrequieta, incidendo profondamente sulla sua psiche.

Poco dopo in casa Carducci nacque il terzo figlio, che venne chiamato Valfredo per via delle inclinazioni romantiche del padre, che possedeva una notevole biblioteca ricca di opere classiche, fu in questa che Giosuè scoprì l'Eneide, la Gerusalemme liberata, l'Iliade, l'Odissea. A causa delle scarse risorse famigliari, Giosuè non frequentò la scuola primaria, alla sua istruzione provvedettero il sacerdote Giovanni Bertinelli e suo padre. Il giovane amò profondamente il latino, e grazie all'istruzione acquisita, dal 1847 in avanti, cominciò a comporre versi, satire, terzine, sonetti in ottave. Grazie al metodo didattico paterno mnemonizzò i classici latini, il Manzoni, Silvio Pellico e il Torquato Tasso.

Nel 1849 i Carducci si spostarono a Firenze, ove Giosuè frequentò il Liceo, incrementando la sua sorprendente preparazione letteraria e retorica. Terminato il liceo, nel 1853, s’iscrisse alla Facoltà di Lettere, nella Normale di Pisa, dove Carducci si gettò anima e corpo nello studio. Durante il periodo universitario, nonostante la fama di "secchione", mantenne inalterato il suo spirito sanguigno, tanto da non farsi mettere i piedi in gola da nessuno e facendosi rispettare. Nel 1854 venne chiamato da Pietro Thouar, fondatore del giornale Letture di famiglia, e dell'inserto mensile L'Arpa del popolo, a collaborare in quest'ultimo: nel 1856 conseguì la Laurea in Filosofia e Filologia.

Dopo la laurea, Giosuè Carducci, scoprendosi vocato per l'insegnamento pubblico, pur continuando nel suo impegno giornalistico, iniziò a insegnare nel Ginnasio di San Miniato al Tedesco, nella cattedra di retorica per la quarta e quinta classe. In breve si dette al bere e mangiare, indispettendo la gente di San Miniato con lazzi e schiamazzi, mentre girovagava assieme a due colleghi tra strade e osterie. Carducci rischiò di perdere la vena poetico-letteraria: «[meglio] giocare, amare, dir male del prossimo e del governo ...occupazioni più degne dell'homo sapiens» [cit.].

Non studiava più e aveva smesso di scrivere, le lettere gli parevan vane: «Perché perdere il mio tempo e la mia salute a far commenti e poesie? No, non faccio più nulla e non farò più nulla: e faccio bene». Infine, oberato dai debiti si trovò costretto a pubblicare e vendere le sue poesie. Per Carducci fu un dramma psicologico, che il vate definì "come prostituirsi", comunque cedette i suoi lavori all'editore Ristori: «offeriva un'edizione economica e trattamento da amico» [cit.].

Il volumetto Le Rime uscì nel 1857, col ricavato il poeta non estinse i suoi debiti, ma contribuì ad accendere infuocate dispute accademiche tra chi lo giudicò il più grande poeta italiano vivente e chi invece lo riteneva un incapace. Tra alterne vicende, scarsità di mezzi, Carducci infine sposò in nozze semplici Elvira Menicucci, dalla quale avrà cinque figli. Giosuè riprese poi a lavorare, studiare e frequentare le riunioni serotine al Caffè Galileo, con Luigi Billi, Fortunato Pagani, Olinto Barsanti, Emilio Puccioni, Luigi Prezzolini e l'editore Barbera. In quel periodo Carducci compose una lode a Vittorio Emanuele, che ebbe grande successo, e malgrado l'opposizione del poeta, fu musicata da Carlo Romani e cantata alla Pergola da Marietta Piccolomini. In quella circostanza, il Ministro Salvagnoli, gli offrì una cattedra ad Arezzo, ma egli rifiutò accentando invece l'incarico di professore di greco al Liceo Niccolò Forteguerri di Pistoia.

Francobollo Carducci 2007

Immagine: francobollo celebrativo © www.it.wikipedia.org

Nel gennaio 1860 a Torino, venne nominato ministro dell'istruzione Terenzio Mamiani, che il 4 marzo gli offrì una Cattedra in Eloquenza Italiana. Il Carducci indicò al ministro l'Alma Mater Studiorum di Bologna e con decreto ministeriale, il 26 settembre 1860 gli venne assegnata la cattedra di Letteratura italiana nell'Università di Bologna: nell'ateneo rimase in carica fino al 1904.

Visse sedici anni in via Broccaindosso, poi, il poeta, ormai famoso e assediato dai libri che traboccavano da ogni dove nella sua dimora, trovo una casa più ampia in Strada Maggiore al terzo piano di Palazzo Rizzoli. Negli anni continuò a scrivere e insegnare all'Università, formando tra i tanti allievi anche Giovanni Pascoli, aveva ormai raggiunto le massime vette della celebrità in Italia e all'estero. Fu legato da amicizia personale alla Regina Margherita, che gli comprò la biblioteca privata, salvo lasciargliela in uso.

L'11 aprile 1901, incontrò Gabriele D'Annunzio, giunto a Bologna per assistere alla rappresentazione della sua Francesca da Rimini, al Teatro Comunale. D'Annunzio e Carducci s'incontrarono nella redazione de Il Resto del Carlino ove parteciparono l'uno accanto all'altro a un sontuoso banchetto. 

Nel 1904 per motivi di salute fu costretto a lasciare l'insegnamento, il suo impegno gli valse una cospicua pensione, in Facoltà gli succedette l'ex allievo Giovanni Pascoli. Nel 1906, l'Accademia di Svezia gli conferì il Premio Nobel per la Letteratura. Purtroppo il vecchio poeta era troppo malato per recarsi a Stoccolma. Il prestigioso riconoscimento, gli venne consegnato a casa, dall'ambasciatore di Svezia in Italia. La morte lo colse a Bologna, sua città adottiva il 16 febbraio 1907: venne sepolto nella Certosa Monumentale.

Luciano Bonazzi

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