Ricordando Muhammad Ali, un grande pugile e un grande uomo

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«Muhammad Ali è stato l’America. Muhammad Ali sarà l’America»: lo afferma Barack Obama nel messaggio letto alla cerimonia funebre. «L’uomo che celebriamo oggi - prosegue Obama - non è solo un pugile, un poeta o un agitatore, o un uomo di pace.

Non era solo un musulmano o un afroamericano o un bambino di Louisville. Non è stato solo il più grande di tutti i temi. Era Muhammad Ali». Per il presidente americano Ali ha rappresentato le libertà fondamentali dell’America, da quella di religione a quella di parola. «Ali - si legge ancora nel messaggio dell'inquilino della Casa Bianca - ha ispirato anche un bambino con un nome strano. E gli ha fatto credere che poteva diventare qualunque cosa, anche presidente degli Stati Uniti». Quel bambino era Barack Obama.

«Ali ha sempre agito per quello in cui credeva. Convinto che né la sua razza né la sua fede avrebbero potuto privarlo di decidere la sua storia»: questo il ricordo di Bill Clinton, il cui intervento chiude la cerimonia interreligiosa di Lousville in onore di Muhammed Ali. Una folla di decine di migliaia di persone, bianchi e neri, ha salutato il passaggio del corteo funebre di Muhammad Ali, al suo passaggio attraverso Louisville in Kentucky, la città natale del grande campione di boxe diventato anche un simbolo della lotta per i diritti civili degli afroamericani. Quello che è considerato il più grande pugile di tutti i tempi, Cassius Clay alias Muhammad Ali (nome che ha adottato dopo essersi convertito alla religione islamica) era nato il 17 gennaio del 1942 a Louisville, Kentucky e aveva iniziato a tirare di boxe a soli dodici anni entrando per caso in una palestra a cercare la sua bicicletta rubata.

Il futuro campione del mondo Cassius Marcellus Clay Jr. cominciò a raccogliere trionfi nelle categorie dilettantistiche e nel 1960, a soli 18 anni, divenne Campione olimpico a Roma. Molto sensibile al problema della segregazione razziale, allora ancora molto presente negli Stati Uniti, Alì prese subito a cuore le tematiche che colpivano in prima persona i fratelli neri meno fortunati di lui. Proprio a causa di un episodio di razzismo il giovane pugile arriverà a gettare il proprio oro olimpico nelle acque del fiume Ohio (solo nel 1996 ad Atlanta il CIO - Comitato Olimpico Internazionale - gli riconsegnò una medaglia sostitutiva).  Allenato da Angelo Dundee, arrivò al mondiale a ventidue anni battendo in sette riprese Sonny Liston. Fu in quel periodo che Cassius Clay cominciò a farsi conoscere anche per le sue dichiarazioni provocatorie e sopra le righe che ebbero l’inevitabile conseguenza di far parlare molto di lui.

Cosa che forse non sarebbe comunque successa se Alì, grazie al suo enorme carisma anche mediatico, non avesse avuto una reale presa sul pubblico. Immediatamente dopo aver conquistato la corona, Cassius Clay annunciò di essersi convertito all’Islam e di aver assunto il nome di Muhammad Ali. Da quell'istante cominciarono anche i suoi guai che culminarono nella chiamata alle armi nel 1966 dopo essere stato riformato quattro anni prima. Affermando di essere un “ministro della religione islamica” si definì “obiettore di coscienza” rifiutandosi di partire per il Vietnam (“Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro”, dichiarò alla stampa per giustificare la propria decisione) e venne condannato da una giuria composta di soli bianchi a cinque anni di reclusione. Fu quello uno dei momenti più bui della vita del campione.

Decise di ritirarsi e venne attaccato per il suo impegno nelle lotte condotte da Martin Luther King e Malcolm X. Poté tornare a combattere nel 1971 quando fu assolto grazie a una irregolarità nelle indagini svolte su di lui. Persa la sfida con Joe Frazier ai punti, riuscì a tornare campione del mondo AMB solo nel 1974 mettendo al tappeto George Foreman a Kinshasa, in un incontro passato alla storia e ad oggi ricordato sui manuali come uno dei più grandi eventi sportivi di sempre (celebrato fedelmente, dal film-documentario “Quando eravamo re”). Da quando però nel 1978 il giovane Larry Holmes lo sconfisse per K.O. tecnico all’11a ripresa, iniziò la parabola discendente di Muhammad Ali.

Disputò il suo ultimo incontro nel 1981 e da allora iniziò a impegnarsi sempre più nella diffusione dell’Islam e nella ricerca della pace. Nel 1991 Muhammad Ali si recò a Bagdad per parlare personalmente con Saddam Hussein, allo scopo di evitare la guerra con gli Stati Uniti ormai alle porte. Colpito negli ultimi anni di vita dal terribile morbo di Parkinson, Muhammad Ali ha commosso l’opinione pubblica di tutto il mondo, turbata dal violento contrasto esistente fra le immagini esuberanti e piene di vita di un tempo e l’uomo sofferente e privato delle sue forze che si presentava ora al mondo.

Alle Olimpiadi americane di Atlanta 1996, Muhammad Ali sorprese e allo stesso tempo commosse il mondo intero accendendo la fiamma olimpica che inaugurava i giochi: le immagini mostrarono ancora una volta gli evidenti segni dei tremori dovuti alla sua malattia, ma Alì non si fece moralmente sconfiggere dalla malattia che lo accompagnò per trent'anni e continuò a combattere le sue battaglie di pace, in difesa dei diritti civili, rimanendo sempre e comunque un simbolo per la popolazione di colore americana. Si è spento il 3 giugno a Phoenix, all’età di 74 anni, ricoverato in ospedale a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni. 

La bara è stata portata dall’attore Will Smith, che lo impersonò in un film sulla sua vita e dai pugili Mike Tyson e Lennox Lewis e il convoglio, attraverso due ali di folla, è passato accanto alla casa dove nacque, la scuola che frequentò, allora segregata, e la strada che oggi porta il suo nome, il Mohammed Ali Boulevard.

Rita Rambelli

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