A due mesi dal concerto evento, vi racconto il mio Vasco

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Lo si ama o lo si odia: non credo che possano esistere vie di mezzo nel suo caso.

Alludo a Vasco Rossi, il Blasco nazionale. E poiché sono fra coloro che lo amano, desidero parlarne, attingendo a ricordi e impressioni personali. Nonostante sull’argomento siano stati versati fiumi di inchiostro; nell’ultima occasione sono usciti quattro libri nuovi sul cantante. Vorrà dire qualcosa il fatto che il concerto del primo luglio a Modena, il “Modena Park”, trasmesso in Eurovisione, sul Primo Canale e in circa duecento cinema, abbia riunito da centoventimila a centoquarantamila presenti, con un guadagno di circa trentasei milioni di euro.

È stato definito il concerto Rock più grande che sia mai esistito, e dato che si è svolto in una città vicina a Bologna ne sono fiera. L’organizzazione e la sicurezza sono state perfette. Vasco è considerato una specie di “macchina-fabbrica soldi” che dà lavoro a un sacco di gente. I suoi detrattori dicono addirittura che ha rovinato un’intera generazione, esaltando un certo tipo di vita sgretolato nelle sue canzoni. Certamente essere fan di Vasco vuol dire anche sentirsi parte di un gruppo enorme che condivide uno stesso interesse. E il bisogno di associazionismo, di non sentirsi soli, è forte, soprattutto oggi. Il “popolo” di Vasco è giocoso, allegro, pacifico, gioiosamente sensuale.

Ma non si va ai concerti di Vasco solo per flirtare con la propria ragazza o per trovarne una, si va perché si amano le sue canzoni: le parole e la musica, accoppiata vincente. Il segreto centrale di Vasco è di raccontare storie con un linguaggio semplice, attuale, del parlato quotidiano, con le emozioni di ogni giorno, in cui quasi tutti ci identifichiamo. In più è il lessico musicale e scorrevole della lingua italiana. Spesso alla fine dei pezzi c’è un assolo di chitarra acustica Rock da brivido. Sì’, perché la musica di Vasco è Rock, scatenata, spinge a muoversi, a ballare e insieme ha momenti lenti, di dolcezza e tenerezza struggenti. Non posso farci niente: quando iniziano a sentirsi le note di un brano di Vasco alla radio, prima ancora di riconoscere che è lui, mi sento subito attratta e un brivido mi percorre la schiena.

Del resto, come mi spiegò una collega insegnante di Musica, ognuno/a di noi ha la propria, per una sorta di fatto anche chimico. Mi ricordo che anni fa cercavo un ragazzo che come me si commuovesse sentendo alcune note di Vasco, senza sapere il perché. Un altro segreto di Vasco è il calarsi dentro le note e parole mentre canta, quasi rivivendo ciò che ha provato mentre le scriveva. Come resistere allo sguardo da attore dei suoi occhi celesti insieme corrotti e perennemente ingenui? Dà l’impressione di cantare per ognuno/a degli innumerevoli presenti. È capace di fare inumidire gli occhi a ragazzi di vent’anni, mentre canta: “…e adesso che non ho più il mio motorino che cosa me ne faccio di una macchina…”. “Finché eravamo giovani era tutta un’altra storia chissà perché…”: fenomeno di comunicazione.

Vasco Rossi Al Concerto Evento A Modena

 Foto: Vasco Rossi al concerto evento a Modena - © ANSA/Alessandro Di Meo

Se dovessi riassumere in un solo termine il pensiero di Vasco direi: “Libertà”, la parola più bella che ci sia. Se dovessi scrivere la sua definizione migliore, direi che lui è il “Baudelaire dei poveri”. Per scrivere la sua frase più famosa, genialoide, sorta di “manifesto”, risponderei:” La vita è un brivido che vola via è tutt’un equilibrio sopra la follia…”.  Voglio trovare un senso a tante cose anche se tante cose un senso non ce l’ha…”. Una delle sue ossessioni amorose è quella per le donne, di cui ha costruito una galleria, con introspezione psicologica. Basti citare “Sally”: “Sally è una donna che non ha più voglia di fare la guerra… Sally cammina per la strada leggera ormai è sera… Senti che fuori piove senti che bel rumore…” oppure le parole di una canzone scritta per Patty Pravo: “La cambio io la vita che non ce la fa a cambiare me… portami al mare fammi sognare e dimmi che non vuoi morire”.

Nell’inverno del 1979 mi trovavo a Zocca perché avevo vinto qui la cattedra alle Medie. Ritornavo la domenica sera in mezzo a cumuli di neve, ma nella casa che avevo affittato c’era un caminetto e alla Radio locale, Punto Radio, trasmettevano le canzoni di un giovane cantautore del luogo, anzi D.J., che era facile incontrare nel bar della Piazza centrale. Parlava di ragazze dalla faccia pulita e sincera che bevevano aranciata. “Ti voglio bene non l’hai mica capito ti voglio bene lascia stare il vestito…”. “C’è chi dice è una strega tanto lei se frega…”. Zocca, paese natale di Vasco, in provincia di Modena, è un piccolo paese di montagna di cui ricordo la gente gentile e rispettosa nei confronti della scuola e della cultura.

Mi sono messa in testa che la protagonista di “Alba chiara” sia stata una mia alunna di terza media, bella, studiosa, seria, che incontrai per la via principale del paese, mentre sbocconcellava una mela, coi libri sotto braccio… A pochissimi chilometri c’era la Verucchia con la discoteca dove lavorava Vasco. Già i primi pullman si creavano composti da giovanissimi del luogo per seguirlo nei paesini limitrofi. Nei corsi di aggiornamento a scuola Vasco veniva citato dagli esperti per parlare dei problemi giovanili. A volte, mi hanno detto che so comunicare con i più giovani, nonostante gli anni sulle spalle, come Vasco e l’ho considerato un gran bel complimento! Lui riesce a riunire nel suo pubblico tre generazioni tranquillamente.

Mio figlio è andato con la sua ragazza al “Modena Park” e dopo mi ha raccontato tutto con entusiasmo. Anche questi sono miracoli dovuti alla musica di Vasco. Ho visto il concerto in tv comodamente in poltrona. L’immagine che mi ha colpito di più è stata quella di due ragazzi che si baciavano nel finale, mentre scoppiavano i fuochi d’artificio, sulle note di “Alba chiara”: “Respiri piano per non far rumore ti addormenti di sera e ti risvegli col sole sei chiara come un’alba…”. Grazie, Vasco! 

Serenella Gatti Linares

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