L’ultimo dono di Barbarella

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Per non dimenticare l’allegria della nonnina colorata.

Chissà quante persone in città si ricorderanno della mitica nonna dei colori, meglio conosciuta come Barbarella. Di sicuro i residenti del quartiere San Vitale o chi di passaggio spesso la incontrava presso la Coop di via Massarenti, ma anche in centro dove Barbarella si recava in autobus per sfoggiare il suo look che di certo non passava inosservato. Maria Luisa Berti si faceva chiamare Barbarella come il nome della sua boutique in via Marconi, che negli anni ’70 e ’80 era diventata celebre per i suoi capi di intimo e di abbigliamento femminile eccentrici, colorati, alla moda e molto più avanti dei tempi. 

Nubile e senza figli, alla ricerca meticolosa di quei vestiti Barbarella continuava ancora a dedicarcisi. La scintilla, con quel tipo di abbigliamento, fu un viaggio che fece con sua madre in Australia, per andare a stare qualche anno con suo padre, emigrato. Al ritorno, perso ormai il suo posto da impiegata, le venne in mente di aprire una boutique, per vendere quei vestiti che a Bologna ancora lei stessa non trovava. 

Ho voluto sintetizzare la storia di questo tipico “personaggio” bolognese perché la cara nonnina dei colori ci ha lasciati lo scorso gennaio all’età di 88 anni, ma con ciò non voglio darne il triste annuncio con sei mesi di ritardo, ma riportare la clamorosa notizia del prezioso lascito che Barbarella ha donato alla Fondazione ANT. Ben 300mila euro, più un armadio colmo di vestiti variopinti per assicurare assistenza a migliaia di malati di tumori ogni anno. 

Stando alle dichiarazioni della Presidente di ANT, Raffaella Pannuti, «Barbarella arrivò dieci anni fa, senza motivi apparenti, perché non era malata e ci disse di non aver avuto casi di tumore in famiglia». Semplicemente «aveva colto, nelle parole e le preoccupazioni delle tante persone con cui attaccava bottone, la preoccupazione e le solitudini della malattia, e a quelle persone aveva deciso di dedicare il suo ultimo pensiero». Così spesso accade: «Sono molti i lasciti volontari che le persone ci fanno, chiedendo in cambio soltanto un ricordo di sé». Così avverrà con Barbarella, che oltre nella memoria di chi l’ha incontrata, «vivrà nelle persone che assisteremo grazie a lei» e nei suoi vestiti, con cui «faremo in autunno un mercatino», assicura Pannuti.

Primo Piano Barbarella

Foto: Barbarella nel centro di Bologna

A seguito di questo nobile atto di generosità, tengo a ricordare un episodio che mi ha visto protagonista in un confronto diretto con Barbarella. Era il 21 giugno di un anno fa e mi recavo in autobus verso il centro per delle commissioni imminenti, ad un certo punto sale la nonna colorata e mi si siede di fronte, fino ad allora l’avevo solo incrociata per strada e pur non avendo mai scambiato parole con lei, ogni volta mi strappava un senso d’ironia velato di sfottò nei suoi riguardi.

Quel giorno, avvolto da mille pensieri, quasi avrei scongiurato la vicinanza di un personaggio così istrionico, ma il sorriso con cui Barbarella ha iniziato ad attaccarmi bottone ha fatto subito ritirare la scortesia mentale che mi aveva pervaso, e a quel punto mi sono lasciato andare nei sorrisi che è riuscita a strapparmi in quei pochi minuti di viaggio. Ricordo che sono sceso dall’autobus ancora sorridendo e dandole un arrivederci. Due giorni dopo mi sono sottoposto ad un’operazione per guarire da uno di quei mali verso cui Barbarella si sentiva tanto sensibile.

Ripensando ancora a quell’episodio, lo interpreto come un segno positivo, quasi come se Barbarella fosse venuta a cercarmi per darmi allegria con il suo colore verde speranza. Oggi sto bene e mi rammarico per non essere riuscito a rivederla in tempo per ringraziarla di quel piccolo grande gesto che mi ha regalato in così poco tempo. Non mi resta che ricordarla in questo modo, approfittando del Magazine per cui scrivo, per dirle «Grazie Barbarella per l’allegria che donavi con i tuoi colori ai bolognesi e per la fortuna che hai portato ad uno sconosciuto incontrato “per caso” all’inizio dell’estate scorsa».

Sebastiano Curci

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