Oil - Ora il lavoro!

Spettacolo
Tipografia

Venerdì 14 settembre Ateliersi dà vita a un concerto parlato sulla relazione tra essere umano e lavoro.

Quando conosciamo qualcuno, la domanda che in genere poniamo dopo una prima presentazione è: “Che lavoro fai?”, sostituita, alle volte, da un più generico “Di che cosa ti occupi?”. Non è un caso se il nostro impiego è tra le prime voci della nostra carta identità, di un documento che stabilisce una collocazione e un riconoscimento precisi all'interno della comunità. Voce rassicurante ma labile, il concetto di professione è fin dal principio stato messo in discussione da intellettuali, studiosi, filosofi, artisti, scrittori e cineasti, che, nell'evoluzione e nelle conquiste di ciò che è la complessa storia del Diritto del Lavoro, hanno subito individuato una discrepanza tra ciò che si è e ciò che si fa. 

Differenze di classe, consenso sociale, educazione, vissuti e origini sono tutti condizionamenti che agiscono ancora sullo sviluppo dell'identità di ciascuno e che nel lavoro trovano forme più o meno volontarie di rispecchiamento. Da questo punto di vista si potrebbe dire che dall'Ottocento a oggi è cambiato poco. Quello che è cambiato però è il modo in cui tutto questo viene affrontato, ovvero, quanto la materia lavoro si stia sempre più trasformando in un fatto privato. Se flessibilità e precarietà hanno reso infatti possibile la ridefinizione dell'identità lavorativa in una direzione più mobile e aperta, certo è anche che, a fronte della violazione di un diritto, il lavoratore contemporaneo è diventato solo davanti all'azienda.

A ricordarcelo sono i fatti di cronaca degli ultimi anni, come, per esempio, la dolorosa vicenda di Concetta Candido, che nel 2017 scelse di darsi fuoco in una sede dell'Inps di Torino Nord. Un gesto estremo e di auto immolazione, che, pur nella sua sacralità, elimina alla radice la possibilità di un confronto esterno.

Ed è proprio qui, nelle pieghe di questa solitudine, che Ateliersi sceglie di porre lo sguardo, proseguendo con "Oil - Ora il lavoro!" il complesso percorso di approfondimento e riscrittura dell'opera pirandelliana cominciato nel 2017 con In Your Face, in cui gruppo, a partire dalla commedia "Trovarsi", indaga e ridiscute le ritualità dei social network, a cavallo tra identità e rappresentazione.

Sulla stessa scia di esplorazione del rapporto identità-comunità, il lavoro diventerà ora per il Sì una tappa fondamentale di un lungo progetto quadriennale, che comincerà a Bologna venerdì 14 settembre, dalle ore 21:00 in Piazza Verdi, con un concerto parlato che tenterà di coinvolgere lo spettatore sul tema sperimentando nuove forme di dinamica assembleare, con il l'idea di riportare al centro l'individuo e insieme il discorso pubblico.

Piazza Verdi

Foto: Piazza Verdi a Bologna 

Il percorso, inserito in Bologna Estate 2018, sarà preceduto e seguito in autunno da alcuni esperimenti e indagini sul campo in dialogo con gli esercenti, studenti e residenti del Quartiere San Vitale, insieme al collettivo Labàs, fino al debutto dello spettacolo "SOLI", sabato 8 e domenica 9 dicembre a Ateliersi.

A guidarci, gli autori Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi, fondatori e direttori artistici del collettivo di produzione artistica Atelersi:

"Oil - Ora il lavoro!" ...Un titolo con il punto esclamativo, un imperativo che sembra rifiutare giri di parole per evocare un'urgenza, qualcosa su cui non si può più fare a meno di parlare: il lavoro. Cosa vi ha spinto a prendere in mano, ora, questa parola?

Fiorenza Menni: Direi che hai dato una bellissima lettura del titolo e questo ci conforta perché ci indica che può essere compreso. Ci siamo approcciati a questo tema consci della limitatezza di quello che è un percorso artistico, umano e di tempo. Il tempo per noi, come creatori, è una questione fondamentale, confrontarsi cioè ogni volta con il limite che tu hai nella possibilità dell'osservare e del guardare è il punto di partenza. Per sfidare il limite e quindi per vivere, per vivere ampiamente o nel miglior modo, nel miglior senso possibile, si cerca di cogliere quello che immediatamente intorno a te sembrano essere le cose più necessarie. Noi di tutto questo siamo spettatori in parte, ci posizioniamo cioè per essere e per trovare dei punti di vista, così che anche la creazione del lavoro a volte, e soprattutto in questo percorso, ci sta chiedendo di essere autori ma fino a un certo punto, di trovare ovvero in una certa zona della forma e della condivisione con il pubblico il rovesciamento, fino, a un certo punto, a diventare noi pubblico.

Andrea Mochi Sismondi: Il tema del lavoro si inserisce in un percorso più ampio che stiamo approfondendo da diversi anni: la percezione della propria identità, del ruolo sociale che si assume e quindi, in questo senso, il proprio posizionamento all'interno della comunità. Tutto ciò passa in maniera forte in primis nell'analisi che facciamo di noi stessi, nel discorso pubblico, ma anche attraverso la rappresentazione che facciamo di noi in relazione con la nostra identità lavorativa. Il rapporto tra autopercezione e identità che viene rispecchiata attraverso il proprio lavoro si carica in questo momento di una complessità molto forte. Molto articolata è infatti la relazione tra ciò che è lavoro e ciò che non lo è, nella costruzione di quello che tu fai e degli effetti che immagini rispetto alla tua azione, al tuo fare nella comunità. Esiste una complessa relazione, per noi personalmente ma anche per le persone che ci sono intorno e che osserviamo, tra il riconoscimento lavorativo di quello che fai e la costruzione del tuo essere insieme agli altri. Questo è proprio l'aspetto su cui ci interessa lavorare, che si inserisce all'interno di un percorso più ampio della durata di quattro anni, che abbiamo inaugurato l'anno scorso, un percorso che ci ha messo e ci sta mettendo in dialogo con la drammaturgia pirandelliana. Se con il primo In Your Face abbiamo scelto il taglio di ragionare su identità e rappresentazione dell'identità, e quindi scegliendo di lavorare attraverso "Trovarsi" di Pirandello sul linguaggio dei social network, quest'anno, ispirati all'inizio da "Pensaci, Giacomino!" abbiamo scelto di lavorare su come si possano fare dei gesti politici e dei gesti di affermazione dei propri valori all'interno di una comunità relazionandosi nello specifico con la propria identità lavorativa. In "Pensaci, Giacomino!", centrale è il ruolo di una persona vissuta, anziana, che sceglie di mettere a disposizione tutto ciò che ha fatto fino a quel momento per accogliere persone che sono in una dinamica di difficoltà rispetto al proprio lavoro e nella relazione con la comunità.

F. M.: E lo fa sovvertendo una logica sociale, che, in questo caso, è la relazione di coppia standard. Lui propone un'apertura su questo, creando scandalo...

A. M.S.: Dando cioè una possibilità concreta a una giovane coppia, che nella nostra rielaborazione sarà una coppia di e-Commerce, di persone che entrano nella nostra comunità da fuori. Nella scrittura pirandelliana invece si tratta semplicemente di una coppia non sposata, quindi diciamo di una scomodità sociale, a cui l'uomo mette a disposizione la propria possibilità di dare loro una pensione di reversibilità. Come? Proponendo a una giovane ragazza incinta e al suo fidanzato di sposarsi in maniera che lui, prossimo alla morte, possa poi dare un'occasione di sviluppo a queste persone...

F.M.: Tramite la pensione, nel nostro caso i documenti, la cittadinanza, tutto, tra i lavoratori in difficoltà oggi ci sono molti stranieri...

A.M.S.: Questo si incontra con una nostra inquietudine sul cosa fare per esempio di ciò che si è conquistato, in termini di diritti, di agio, in relazione anche a chi ha delle esigenze più stringenti e più immediate di sopravvivenza. Se da un lato siamo affascinati dalla ricerca nell'ambito dei diritti del lavoro, a partire da tutto quello che è stato nella nostra storia recente, italiana e europea, la conquista dei diritti, centrale è come negli ultimi anni le cose siano state messe in discussione e come sempre di più il lavoratore si trova in una situazione di solitudine. "Oil" è infatti la prima tappa verso uno spettacolo finale che sarà "SOLI" che debutterà a dicembre qui al Sì. "SOLI" perché quello che abbiamo approfondito ci ha proprio portati a individuare questa situazione e posizione, propria della persona che lavora ma anche di chi offre e di chi dà lavoro, di relazionarsi con chi ha difficoltà in maniera forzatamente più individuale. La dimensione delle scelte a cui ti trovi davanti è sempre meno collettiva ma sempre più legata alla tua situazione, al tuo portato. In "Ora il lavoro!", per tornare alla tua domanda, arriviamo al rapporto stringente con il fare nella tua comunità. Che tipo di riconoscimento ha, che immagine di te ti viene restituita, che immagine di te vuoi portare, che cosa ti è o non ti è dato di fare. Tutto parte da una suggestione, quando Fiorenza incontrò il gesto di Concetta Candido, che nel 2017 si diede fuoco all'Inps. Questo gesto di auto immolazione ci colpì molto, a partire dalla scelta di portare su di sé la protesta e non all'esterno...

Fiorenza Menni E Andrea Mochi Sismondi

Foto: Fiorenza Menni e Andrea Mochi Sismondi

F.M.: Sì, il preferire rendere sacro nel dolore estremo il tuo corpo, scegliere di agire quindi su di esso piuttosto che rivolgerti a una comunità e chiedere di fare insieme una lotta. Semplificando infatti ci si potrebbe chiedere: perché non ha dato fuoco all'ufficio ma a se stessa?

A. M.S.: Questo culturalmente è un cambiamento molto forte rispetto a anni fa.

F. M.: Sì, decenni fa le persone si sarebbero unite e se qualcosa avrebbe dovuto prendere fuoco non sarebbe esattamente stata la tua carne... Ma non è neanche la carne il punto, è il confronto con l'istituzione... Tutto questo è un segno di profonda solitudine, che diventa se vuoi “sacra” e monoteista ma solitudine è...

A.M.S.: Da qui nasce anche il desiderio di portare più in là le aperture che c'erano state nella presa di parole da parte del pubblico durante In Your Face proprio per la necessità di  ricostruire un luogo assembleare, con dinamiche da scoprire, con dinamiche nuove, non certo con liturgie legate a momenti passati, riportare tutto questo a un discorso pubblico, a un discorso comune. Il rapporto tra privato e pubblico è d'altronde un rapporto sul quale da anni stiamo lavorando. In che modo il tuo gesto individuale assume un significato nell'incontro con la tua comunità di riferimento o che incontri in quel momento, anche quando, magari, non è quella che hai scelto.

“Lavoro” è una parola ultra significante, è il mantra di ogni discorso politico, è il punto di incontro continuo nel quotidiano delle persone che ci sono intorno, è la chiave primaria di relazione tra io e mondo, tra essere e mondo.

Uno degli elementi più interessanti che “Oil” ci suggerisce è proprio questo cortocircuito. Apparentemente non ci sono rivendicazioni di fondo, non si invoca cioè il diritto al lavoro ma ci si chiede se e come l'uomo contemporaneo si identifica o meno in quello che fa, se ne ha la possibilità. Quando conosciamo per la prima volta qualcuno, la seconda domanda che gli facciamo è proprio “che cosa fai, di che cosa ti occupi”, come se questo, di fatto, indicasse chi sei...Voi avete immaginato di porre alle persone delle domande piuttosto dirette, da cui scappare di fatto è impossibile: “Quanto di ciò che sei è definito dal lavoro che fai?”, “Che cosa saresti se non facessi più il lavoro che fai?”, “Che cosa sei disposto a sacrificare per fare il lavoro che fai?”. Come hanno reagito i cittadini con cui avete dialogato quando sono state messe a confronto con questi aspetti?

F.M.: Non è facile e, sì, è esattamente così “Sono un medico, oppure faccio il medico”? Alcune persone rispondono in un modo, altre in un altro, il verbo spesso fa la differenza.

Le domande a cui tu fai riferimento sono tuttavia ancora materia di lavoro e discussione e saranno sviluppate in tre momenti pubblici che avranno luogo il 5 settembre, il 22 settembre e il 10 ottobre con la prospettiva del debutto di "SOLI" a dicembre. Abbiamo però già cominciato a muoverci intorno a queste domande. Più che uno spettacolo, ormai ci riesce difficile definirlo così, si tratta di un esperimento assembleare dove stiamo cercando di creare una misura tra il nostro porre delle forme e quanto riusciamo a gestire qualcosa che accendiamo. Perché le persone si fanno accendere facilmente su queste questioni? Questo è interessante anche perché si creano delle connessioni molto più ampie anche rispetto a quello che noi portiamo. Quando crei uno spettacolo, per quanto profondo, elaborato e complesso che sia, porti un discorso con una sua chiusura. Il rischio di avere delle parti nello spettacolo che corrano a loro volta il rischio di far entrare complessità di altri all'interno del tuo sistema è altrettanto interessante ed è quello su cui stiamo lavorando. Le persone che abbiamo incontrato fino ad ora ci svelano che molti hanno problemi identitari con il proprio lavoro ma non vogliamo condurre una ricerca sociologica, né emettere dei giudizi. 

A.M.S.: Abbiamo lavorato molto per creare il frame, ci siamo interfacciati con molti giuslavoristi, con rappresentanti sindacali, i famosi “corpi intermedi”, con persone che ci potessero accompagnare sulla questione. Abbiamo notato che c'è sempre di più lo spostamento dalla questione ontologica “Io sono un metalmeccanico”, “Io sono un dottore”, spesso ora si dice “Io faccio ma sono anche”. Il che, va detto, a volte è anche un arricchimento, è una doppia faccia della flessibilità, una doppia faccia della precarietà e della mobilità identitaria. È molto raro incontrare persone che pensano che il proprio riconoscimento professionale sia tale, stabile e fermo. L'oscillazione tra tempo del lavoro e tempo libero si lega moltissimo alla questione identitaria, rimanda ai social, al modo in cui parli di te, dove interessante è capire a quali immagini, a quali persone, a quali riferimenti ti rivolgi per costruirti. La sensazione sia di orgoglio che di condanna del fare un certo tipo di lavoro è mobile. 

Siamo pieni di eroi, accade anche al Sì, siamo cioè pieni di persone che gestiscono la loro sopravvivenza con il quotidiano, con il lavoro e la necessità di fare degli acquisti in maniera provvisoria non sempre legata alle proprie aspirazioni ma che non perdono assolutamente il loro desiderio “spirituale” di costruzione di se stessi, del proprio fare nel mondo, è proprio qui che è interessante capire qual è e cos'è esattamente il lavoro.

F. M.: Questo è quello che avviene intorno a noi ma ciò che secondo me bisogna fare è anche andare lontano da noi, perché le fabbriche e le scuole esistono, così come tutta un'altra serie di ambiti. Intorno a noi è lasciato tutto all'autonomia sei tu che costruisci una possibilità di diritto alla vita e al vivere se vuoi ma se ti allontani un attimo la questione è ancora fondante e fondamentale per tanti. Stiamo scoprendo anche dei grandi passi avanti, là dove non si è interrotto il percorso con i sindacati e ci siamo stupiti di quanto si sia potuto modificare e rendere reali delle buone pratiche nella complessità del contemporaneo e nella molteplicità delle sue soluzioni. Da altre parti invece c'è un abbandono che ha fatto dei grossi passi indietro, lo sappiamo, lo leggiamo e incontriamo, e la quantità, soprattutto la quantità, è sconvolgente.

A.M.S.: Faccio un esempio. Qui a Bologna abbiamo incontrato due situazioni vicinissime ma molto diverse, la fabbrica Lamborghini e la Fiat Chrysler, a qualche km di distanza una dall'altra. Da una parte, nel primo caso, ci sono una serie di conquiste che rendono la vita dell'operaio all'interno della fabbrica inserita all'interno di un ambiente di garanzia di diritto, di riconoscimento di una tua individualità all'interno di un lavoro comune e di squadra, una serie di tutele legate alla malattia, alla possibilità di opporti se pensi di subire delle violenze da parte dei tuoi superiori, un atteggiamento che prosegue il percorso storico di conquista del diritto dei lavoratori. Dall'altra parte abbiamo Fiat Chrysler all'interno della quale non esiste più il Contratto Collettivo Nazionale, non hai più la possibilità di contrastare le proposte di contrattazione aziendale riferendoti ai sindacati sul perimetro nazionale, sei di fatto sempre più solo. Questo esiste e fa parte del tema delle rivendicazioni. Parli con la Fiom e non ha nessun dubbio su dove bisogna andare a scioperare, però sei debole e sotto ricatto lì dove sei posto da solo in relazione con l'azienda. Noi non facciamo uno spettacolo di rivendicazione perché non è il nostro linguaggio e non è esattamente la nostra competenza, ci interessa però ragionare su un lavoratore che da parte di un corpo si trova a essere da solo con il suo contratto e l'azienda di fronte. Quella situazione, quella solitudine, è ciò su cui poniamo il nostro lavoro teatrale, lo studio intorno è lo studio del contesto che ti porta in quella situazione e proprio lì, in quel momento, scegliamo di porre l'attenzione.

In caso di maltempo il concerto parlato sarà spostato a mercoledì 19 settembre alle ore 21:00 sempre in Piazza Verdi. "Oil - Ora il lavoro!" è a ingresso libero.

Per ulteriori informazioni: www.ateleliersi.it

Lucia Cominoli

Condividi

FacebookTwitter
BLOG COMMENTS POWERED BY DISQUS
×
Iscrizione alla newsletter
Iscriviti tramite il nostro servizio di abbonamento gratuito di posta elettronica per ricevere le notifiche quando sono disponibili nuovi articoli.
×